Il vuoto come assenza di possibilità: l'antisistema di Cioran. Tesi di Serenella Di Michele

La scrittura fulminea di Cioran colpisce il lettore senza pietà. Se quest’ultimo non ha alcuna intenzione di assistere alla demolizione delle credenze cui è aggrappato, risponde senz’altro con il rifiuto e la derisione, ma se ha una predisposizione alla caduta – ovvero una tendenza a prendere distanza dalla Vita, data l’incapacità di abbandonarsi fiduciosamente al suo corso, per osservarla meglio e tentare di individuarne il senso – non può che rimanere attonito e rispondere assertivamente al richiamo del Vuoto che dalle opere cioraniane promana. E nel momento stesso in cui si predispone all’esplorazione dell’abisso della vacuità, le tenebre della caduta che fino a quel momento lo avevano paralizzato, si diradano – schiarite dalla liricità – e lo invitano al movimento – espressione massima della volontà di vivere. Fruendo del filtro che l’opera letteraria interpone tra l’osservatore e la realtà, egli può guardare in faccia le più atroci verità senza per questo diventare di pietra, mentre comincia a guardare al dolore come marchio d’elezione. È evidente, d’altronde, che l’adesione a un viaggio attraverso il Vuoto proposto da una qualsiasi opera d’arte – solleticando piacevolmente l’emotività – ha un effetto tutt’altro che distruttivo; si rivela anzi come una possibile via d’uscita dalla vacuità o comunque come l’opportunità di munirsi di armi che permettano di esplorarla senza per questo correre il rischio di soccombervi.

Nel primo capitolo di questo scritto, facendomi guidare dall’abilità letteraria e soprattutto lirica di Cioran, passo in rassegna gli ideali, le credenze, le speranze, le verità, i sistemi con cui l’uomo ha puntellato nel corso della storia la sua esistenza e – seguendo meticolosamente l’insegnamento del mio maestro di distruzione [1] – metto in discussione la loro validità.
La fase di demolizione, che si estende per tutto il primo capitolo – che per questo è stato titolato: Demolizione –, si apre innanzitutto con l’illustrazione della teoria cioraniana della doppia verità, ovvero, con la tesi della radicale opposizione tra paramartha, verità ‘vera’, e samvriti, verità ‘velata’ o, più esattamente, verità ‘d’errore’, al fine di analizzare l’asservimento degli uomini a quest’ultima, cui essi devono la loro sopravvivenza. La verità ‘d’errore’ è infatti quella che permette all’uomo di fabbricare sempre nuove menzogne, ideali, illusioni, credenze, in grado di velare il vuoto esistenziale che la verità ‘vera’ spietatamente svela. Segue un’analisi del nostro còsmo come il peggiore dei mondi possibili, giacché – come insegna mirabilmente Cioran – il dolore, la solitudine, la sofferenza, il male, la fatalità, appaiono le costanti di tutto ciò che è. A questo proposito, si è posto in modo particolare l’accento sullo stato di sofferenza che affligge l’uomo, che fra tutte le creature è l’unica afflitta da triplice male: male metafisico – espressione della finitudine e dell’imperfezione del suo essere –, dal male fisico – concretizzazione della caducità di ogni vivente –, dal male morale – scaturente dall’incomprensibilità della propria condizione, dal rigetto della stessa e dal rifiuto di sé.
Da questa analisi infausta della condizione umana scaturisce l’interpretazione della religione, nel paragrafo immediatamente successivo, quale manifestazione della volontà di elevazione dell’uomo, che giunge al punto di partorire la suprema menzogna della divinità, in cui affogare assieme alla sua disperazione. Nel quinto paragrafo del primo capitolo è illustrata la teoria cioraniana della creazione, secondo la quale, l’Altissimo intollerante del silenzio e della beatitudine inarticolata del chaos iniziale, attanagliato dalla solitudine, soffocato dallarabbia, morso dalla vacuità del vuoto, «scatenò contro la notte senza fine la sua prima battaglia» [2] squassando le origini [3], poi plasmò il mondo con le sue lacrime e «lo pose nel buco che si aprì dal suo restringimento» [4]; ovvero l’idea del creato come frutto dell’assottigliamento volontario di Dio.

Nel sesto paragrafo è analizzata la tesi cioraniana della predestinazione dell’uomo alla caduta come conseguenza della vacillazione originaria che lo colse nel cuore dell’Eden, vacillazione che fece sì che fosse scaraventato nel tempo e privato dell’eternità.
Nel penultimo paragrafo è sferrato un duro colpo alla filosofia per la sua tendenza a gingillarsi con le belle parole e ad eludere, in tal modo, i problemi essenziali, che solo una filosofia rispettosa dei silenzi tanto quanto delle parole può affrontare. Il primo capitolo si chiude con un paragrafo intitolato apocalisse, in cui la sete di distruzione e il dolore per lacondizione di isolamento in cui il demolitore incappa raggiungono, con le voci di Emil Cioran e Jean Paul Sartre, l’acmé dell’espressione lirica.

Alla fase della demolizione non poteva che seguire l’analisi dello stato di Spaesamento emotivo – da cui prende il titolo il secondo capitolo di questo scritto – in cui si cade quando ci si ritrova dinanzi a un mondo ridotto in cenere, senza più orizzonte e quindi possibilità di orientamento; stato in cui si è esposti alla vertigine di una caduta eterna che nemmeno l’estrema speranza della morte è in grado di arrestare.
Il secondo capitolo si apre con la tesi cioraniana circa la divisione degli uomini in due categorie: quelli a cui è dato «assaporare soltanto il veleno delle cose, per i quali ogni sorpresa è dolorosa e ogni esperienza una nuova occasione di tortura» [5], a cui il mondo offre occasioni di interiorizzazione e che, assillati dal desiderio di dare risposta ai perché che esso suscita in loro ad ogni passo, finiscono con la loro indagine per scavarlo tanto da trasformarlo in una prigione; e quelli per i quali il mondo rimane esteriore, oggettivo, insignificante e che, per questo, riescono ad adattarvisi e ad abitarlo.
Segue quindi la descrizione dello stato doloroso in cui è costretto a vivere l’uomo della malinconia – la cui predestinazione alle lacrime finisce per coincidere con la predestinazione alla caduta – che, risvegliato alla paramartha, non riesce più ad aderire alle credenze, alle idee, alle illusioni che permettono agli altri uomini – addormentati nel sonno beato dell’incoscienza – di lasciarsi trasportare dal flusso irragionevole della vita. Separato dagli altri esseri e dalla Vita, separato dal suo stesso ‘io’, ridotto ad oggetto, l’uomo della melanconia finisce così per essere scaraventato fuori dal tempo, nell’eternità negativa che si erge al disotto di esso: «nella noia, nostalgia inappagata del tempo, impossibilità di riafferrarlo, di insediarvisi, frustrazione di vederlo scorrere lassù, al disopra delle proprie miserie» [6]. Il quarto paragrafo del secondo capitolo è dedicato alla descrizione del vorticare rovinoso del melanconico nell’abisso della vacuità, che nella caduta viene arso dalle fiamme del fuoco della disperazione ovvero – in quanto privo della speranza di poter morire - dall’esperienza della morte eterna. Segue la considerazione dell’idea del suicidio come possibilità estrema di porre fine al tormento. Chiude il secondo capitolo il lamento jobico, che è insieme interrogazione e richiesta di spiegazioni. Giobbe ebbe, tuttavia, l’accortezza di «fermarsi in tempo: un altro passo, e né Dio né i suoi amici gli avrebbero più risposto» [7]. Dall’invito jobico alla decenza [8] nel manifestare il proprio stato di infelicità, scaturisce il terzo capitolo di questa tesi – intitolato Miraggi – in cui, accantonate la demolizione e la lamentazione, si cerca di puntellare con nuove possibilità di senso l’esistenza, nell’intento di dimostrare che, varcando la porta dell’essenziale spalancata nel punto più erto della città del nulla, si ricade nel mondo diversi da ciò che si era prima di entrare nel regno della vacuità. Dalla città infernale, infatti, non si esce mai a mani vuote, ma lasciandola si porta con sé una speranza raccattata per strada o una credenza suggerita da qualcuno incontrato durante il viaggio; i più fortunati portano con sé addirittura un Dio, gli ostinati il silenzio. Il mondo in cui si ricade è quindi un mondo ordinato, delimitato precisamente da un orizzonte, in cui ogni essere – avendo un proprio posto e un proprio nome – può muoversi sensatamente.

Il terzo capitolo di questo scritto è aperto dall’esposizione della valenza nutritiva del Vuoto. A ciò segue l’analisi della negazione – atteggiamento caratteristico della fase di demolizione - quale possibile via di salvezza, in quanto fonte di azione e di certezza al pari dell’affermazione. Negare, infatti, vuol dire abbracciare un programma, «perseguire un disegno, svolgere un ruolo» [9], quindi affermare la propria volontà di vivere.
Nel terzo paragrafo dell’ultimo capitolo sono esposti i quattro rimedi all’esistenza suggeriti da Cioran: 1) abolizione della coscienza e abbandono al flusso irrazionale della vita 2) abolizione di ogni desiderio e raggiungimento dell’imperturbabilità 3) aspirazione alla reintegrazione nell’universo pre-natale 4) nientificazione del proprio essere. Segue, nel quarto paragrafo, la presentazione di un’ulteriore medicina per l’esistenza: l’amore. La compassione, infatti, ripartendo ulteriormente la sofferenza fra gli esseri, permette a quelli che sono schiacciati dal peso dell’esistenza di esserne alleggeriti.
Nel penultimo paragrafo si tirano le fila di tutto il discorso condotto nel terzo capitolo; la tesi sostenuta è che, risiedendo con molta probabilità il senso della vita nella vita stessa, se si ha davvero intenzione di ritrovare la bussola perduta dell’esistenza, bisogna arrendersi ad essa e abbandonarsi al suo corso irrazionale.
Il terzo capitolo si chiude con la disperata preghiera, rivolta a Dio, di restare legati con forza alla Vita – come il Cristo alla sua croce –, affinché non si abbia ancora la tentazione di uscire da essa e, incamminandosi verso i suoi margini, cadere vittima della malattia mortale della disperazione.

La vita replica: arrenditi a me e rinuncia alla coscienza, al principio di separazione, e trascinato nel flusso dell’irrazionale cesserai di cercare un senso dove non ve n’è (E. Cioran).

 


Il contenuto integrale della tesi è disponibile cliccando qui.


Serenella Di Michele
(n. 6, giugno 2016, anno VI)

NOTE

[1] E. Cioran in Storia e utopia, p. 95 si definisce un esperto in contro-Creazione: «Per una legittima ingratitudine [nei confronti di Dio], e per fargli sentire il nostro malumore, ci dedichiamo – esperti in contro-Creazione – a deteriorarne l’edificio, a rendere ancora peggiore un opera già compromessa in partenza».
[2] Lacrime e santi, p. 83.
[3] Cfr. L’inconveniente di essere nati, p. 16.
[4] L’inconveniente di essere nati, p. 112.
[5] Al culmine della disperazione, p. 22.
[6] Caduta nel tempo, p. 130.
[7] Sillogismi dell’amarezza, p. 60.
[8] Cfr. Ibidem.
[9] Caduta nel tempo, p. 62.
[10] S. Kierkegaard, Sygdommen Til Döden, 1849 (La malattia mortale, tr. It. D. M. Corssen, Newton, Roma, 1995).