«Eventi e personaggi», il libro di prosa breve di Florin Lăzărescu

Pubblicato appena due mesi fa, dalla casa editrice Polirom, l’ultimo libro di Florin Lăzărescu, Eventi e personaggi (Întâmplări și personaje), è un piccolo tesoro di prosa, ancora più prezioso, trattandosi di prosa breve, cammino poco battuto nella letteratura romena.
Ma non è la solitudine del genere a renderlo prezioso, quanto, piuttosto, la singolarità dello stile, che tiene insieme oltre duecento racconti, pieni, appunto, di eventi e personaggi e soprattutto dello stesso autore. I testi che compongono l’opera, infatti, provengono dal diario di Florin Lăzărescu che, negli ultimi tredici anni, dopo un viaggio in treno, una conversazione, un incontro casuale, o in coda alla cassa del supermercato, non perde occasione di registrare – e consegnarci – impressioni, pensieri o semplicemente spaccati di vita altrui, nella sua specifica voce realista, minimalista, ironica, diretta.
In effetti, il susseguirsi dei testi sembra quasi assomigliare a una galleria di scatti fotografici, più o meno espliciti, momenti autonomi e giustapposti a formare l’immagine che riempie gli occhi e le orecchie dell’autore, l’oggetto della sua curiosità: l’individuo colto nel vivere, («l’uomo nella sua solitudine, l’uomo nella sua intimità, con i suoi piccoli pensieri, in apparenza insignificanti», racconta lo scrittore). E l’autore, sebbene sia il naturale filtro vivo di qualsiasi evento e personaggio, non è necessariamente il protagonista o, per lo meno, non il solo, circondato com’è dalla vita degli altri, soprattutto da una certa categoria di altri. Parte dell’umanità che interessa a Lăzărescu, infatti, è quella che spesso vive per strada di espedienti o di elemosina, e che egli ritiene più vicinaallo «stato puro», libera dalle convenzioni sociali e per questo assai più interessante.
Ad ogni modo, giacché l’autore per lo più osserva e racconta, c’è una naturale varietà di tipi e realtà a spalancarsi sotto gli occhi del lettore che, fin dalle prime righe, e come sempre quando si tratta di Lăzărescu, si ritrova nel bel mezzo di un evento, raccontato con gusto e ricchezza di dettagli, spesso pieno d’ironia pur nel suo realismo non di rado brutale. Di certo, la forza di questa scrittura sta proprio nell’autenticità delle immagini e nel ritmo piuttosto serrato della narrazione, che Lăzărescu sa gestire e sviluppare nei tempi giusti, e che raggiunge il suo momento più alto nei dialoghi, costruiti ad arte e in colori brillanti (d’altra parte, oltre che scrittore, Lăzărescu è anche sceneggiatore d’esperienza). Eventi e personaggi è un invito all’osservazione del mondo che ci circonda, di noi stessi come tipi umani, che non si prende mai troppo sul serio. Un invito alla lettura.

Florin Lăzărescu (Doroșcani – Iași, 1974) è prosatore, pubblicista e sceneggiatore. Nel 2000 ha debuttato con la raccolta di racconti Nidi di vischio (Cuiburi de vâsc, Ed. Outopos), cui segue, nel 2003, il romanzo Cosa si sa dell’orso panda (Ce se știe despre ursul panda, Ed. Polirom) e, nel 2005, Il nostro inviato speciale (Trimisul nostru special, Ed. Polirom, tradotto in sette lingue), vincitore del secondo premio al concorso per la Letteratura Est-Europea di Francoforte. Ancora, nel 2009 è la volta della raccolta di racconti La lampada col berretto (Lampa cu căciulă, Ed. Polirom) e, nel 2013, del romanzo Torpore (Amorțire, Ed. Polirom). Sceneggiatore, insieme a Radu Jude, di cortometraggi e lungometraggi di successo, come Lampa cu căciulă, tratto dall’omonimo racconto (vincitore di oltre cinquanta premi come miglior cortometraggio, in numero festival cinematografici) e Aferim!, vincitore dell’Orso d’Argento per la miglior regia al Festival del cinema di Berlino, nel 2015




Il pendolare

Si sveglia alle quattro del mattino e dice: «Ecco, mi sono svegliato!». Si veste e dice: «Ecco, mi sono vestito». In un certo modo se lo ascolti dal tuo letto caldo, ti fa innervosire. Commenta ogni movimento che fa, ogni gesto, eccetto i segni della croce di fronte all’icona, fatti di corsa, al punto che le dita unite disegnano un cerchio immaginario in direzione del petto più che il consacrato segno di fede. Voglio dire, non lo sentirai mai dire: «Ecco, prego!». Puoi solo immaginartelo mentre commenta. Con la testa china per qualche istante, abbozza una specie di scusa: «Signore, pregherei di più, solo che perdo il treno!». Mangia qualcosa di corsa, poi guarda l’orologio e se ne va dicendo: «Torno stasera». Esce sbattendo la porta e tossisce rumorosamente, come a verificare il buio col dito, per vedere se c’è qualcuno per strada con cui andare fino alla stazione.
«Ora è di lusso», ti direbbe. «Adesso c’è la strada asfaltata, un piacere camminare». Prima, il fango era più alto degli stivali. Fino alla strada asfaltata, circa quattro chilometri, non potevi camminare senza stivali, quando pioveva. Ha preso periodi anche peggiori, all’inizio della navetta, quando sui fossi non c’erano nemmeno le passerelle. «Ora è di lusso. Ho la strada fuori alla porta!», ti direbbe. Ha anche l’autobus che passa fuori alla porta ma, la maggior parte delle volte, preferisce farsi a piedi gli otto chilometri fino al treno. L’abbonamento dell’autobus costa quasi la metà del suo stipendio mensile. «Andare a piedi è tutta salute», ti direbbe.
Oggi non c’è nessuno. «Questi» hanno fatto la strada, hanno messo l’autobus, ma i pendolari sono come spariti. All’epoca di Ceaușescu, per esempio, c’erano più di dieci pendolari. S’incontravano all’uscita del paese, riconoscendosi l’un l’altro nella notte, tramite un sistema di fischi. Ogni pendolare con il suo fischio specifico. «Eccolo. Questo è Marin!» Formavano il gruppo strada facendo. Ma solo quando si faceva giorno, sapevano esattamente quanti fossero.
Pero oggi è l’unico. Affretta il passo, per paura di perdere il treno. Ha sviluppato un ritmo suo, una sorta di fuga trattenuta, tanto da dar l’impressione di camminare, mentre, in effetti, corre. Percorre quegli otto chilometri col suo passo saltellante e pensa. Solo Dio sa a cosa. Non ti dice mai niente. Quando parla, formula enunciati precisi, con messaggi concreti. Questo perché i suoi problemi sono molto concreti. «Dove/come trovo i soldi per la tale cosa?!», ad esempio. Quando non vede soluzioni concrete, la risolve bruscamente: «Lascia stare che lo troviamo noi un modo!». In ogni caso, non gli caverai mai di bocca una qualche questione metafisica. Non che non avrebbe dilemmi di questo tipo. «Con tutte le grane che ci sono a questo mondo, sarebbe un’indiscrezione inutile pronunciare a voce alta anche i pensieri nascosti», sembra dire il suo silenzio.
Quando il treno si ferma nella stazione, adocchia di corsa il vagone in cui è il controllore e sale dal capo opposta. Fino alla stazione di transito non arriva da lui. Poi scende alla stazione successiva e schiva di nuovo il controllore. Compra il biglietto solo quando «c’è il controllo in borghese» e, se questo non arriva a convalidargli il biglietto, dice indispettito: «Ho comprato il biglietto inutilmente!». Non che abbia un piacere particolare a truffare le Ferrovie dello Stato, ma la somma dei biglietti per un mese, andata e ritorno, sarebbe un quarto del suo salario. Perciò, sceglie di «viaggiare a sbafo» oppure va «col padrino». Il padrino non se la prende. «Guadagna anche lui due soldi». Da quando c’è l’Unione Europea, al padrino gli controllano i soldi all’inizio e alla fine del turno, però non è un gran problema. Lui viene con la moglie o con uno dei suoi figli, perché intaschino la mazzetta del pendolare. In questo modo, non solo ha un salario fisso, ma anche dei «dipendenti» che sopravvivono grazie a lui.
Se trova posto in treno, si siede, pianta i gomiti sulle ginocchia, lascia cadere la testa tra le mani e si addormenta in un minuto. A volte se ne sta così e non dorme, fa solo finta, quanto basta per evitare che il controllore gli si avvicini. Quando arriva a Iași, se la fa a piedi fino al lavoro, due o tre chilometri. «Andare a piedi è tutta salute». Non gli piace spendere soldi inutilmente. A volte gli riesce il numero di non spendere più di dieci lei a settimana. Da mangiare se lo porta da casa.
Ha lavorato in tutte le zone di Iași. In sostanza, quasi non esiste strada lungo la quale non possa indicarti per lo meno un palazzo cui ha lavorato. Ha partecipato alla costruzione di ogni genere di strutture. «Ho fatto almeno due facoltà», gli piace vantarsi per scherzo. Ha circa cinque qualifiche. Se gli dai materiale, progetto e tempo, potrebbe costruirti da solo una casa, dalle fondamenta fino al tetto, dalla tromba delle scale alle piastrelle del bagno e alle mattonelle dell’ingresso. Dopo la Rivoluzione, è rimasto a lavorare col suo ex capo, che ha messo in piedi un’impresa edile. Lo paga con il salario minimo, ma è un buon uomo, «un pezzo di pane». A volte lo chiama anche per i lavori nei campi, gli offre un impiego sicuro. Da un’altra parte non lo assumerebbe nessuno. Ha solo altri nove anni fino alla pensione, che sogna come una vacanza in paradiso. È convinto che «questi» faranno una legge per mandarcelo prima.
Indossa la salopette, si mette il berretto in testa e lavora: malta, piastrelle, scale, mosaici, ecc. E parla quasi tutto il tempo. Cose concrete: «Ci vuole altro cemento! Questa camera la finisco oggi! Le piastrelle sono friabili! Hai visto la partite ieri sera? Ho due figli straordinari!» ecc. Dopo otto ore, a volte dieci, si toglie la salopette e riprende il suo passo saltellante, la sua fuga trattenuta, tanto da dar l’impressione di camminare, mentre, in effetti, corre. Per non perdere il treno. Stesse finte col padrino anche al ritorno. Una volta, dei soldati in assetto di guerra, con tanto di cani lupo, hanno fermato il treno in aperta campagna per controllare i biglietti della gente, sul treno stracolmo. «Sono stato l’unico a non essere preso!», si vanta lui, dopo essere saltato giù dal treno in movimento, evitato soldati e cani, ed essersela data a gambe per i campi. È orgoglioso anche adesso, come se fosse sopravvissuto a Stalingrado.
Quegli otto chilometri di ritorno di solito li fa in autostop: un carretto, una macchina, un rimorchio. Sarà anche tutta salute andare a piedi, ma anche il troppo stroppia. A casa, mangia qualcosa di corsa e si affaccenda in cortile, commentando ogni movimento che fa: «Ho contato le galline! Quella rossa sembra impazzita. S’è messa a dormire sul granturco… Ho tagliato la legna per domani!» ecc. Poi rientra in casa, guarda qualcosa sull’eterna TVR 1 e discute con la moglie su come fare un po’ di soldi: «Lascia stare che lo troviamo noi un modo!». Alle 11 spegne la luce e si mette a letto, non prima di aver disegnato il cerchio immaginario in direzione del petto, con la testa china per qualche istante, abbozzando una specie di scusa: «Signore, pregherei di più, solo che domani mattina mi sveglio alle quattro!».
Da quarant’anni – ad eccezione di vacanze, permessi e festività legali –, è più o meno questo lo schema di una giornata di lavoro di mio padre…
E io mi occupo di letteratura!



Col cappello in mano

È uno schifo bussare ad altre porte che non ti si aprono, ma che dire quando sei costretto a rimanere col cappello in mano di fronte alla porta di casa tua?
No, non ho perso che chiavi, sebbene la mia disattenzione sia leggendaria.
Venerdì, per vari motivi, tornavo a casa infuriato, con l’unico pensiero di infilarmi sotto il piumone e tuffarmi nel mondo dei sogni come in uno stagno dalle acque profonde e torbide. A pranzo, mio padre era passato a trovarmi a lavoro e gli ho dato le chiavi, perché non rimanesse al freddo fino all’autobus della sera. Gli ho detto di lasciarle – dove altrimenti? – sotto lo zerbino della porta d’ingresso. Per prima cosa ho dovuto scuotere lo zerbino dieci minuti, per poi trovare la chiave in una crepa accanto alla porta. Poi, dopo aver aperto la porta, mi sono accorto che mio padre aveva rotto la maniglia. Probabilmente, l’ha tirata con tutte le sue forza, per essere sicuro che in casa ci entri solo con la scansione della retina. Mio padre è così. Quando chiude una porta, lo fa con senso di responsabilità. Tutta la vita mi ha consigliato di chiudere bene, anche quando sono in casa, che «può entrare qualche pazzo». Nell’immaginario di mio padre, esiste sempre un pazzo furioso, in libertà, con nient’altro da fare se non aspettare che lasci la porta aperta, per assalirti.
Ho tirato qualche calcio alla porta, poi sono andato dal signor Zup a pregarlo di tenermi, per evitare di fare stupidaggini. È arrivato, armato di diversi attrezzi. Ha trafficato un quarto d’ora, ripetendomi:
- Si’or Florin, col freddo che fa, nemmeno un nemico ti viene di lasciarlo fuori!
Senza risultato. Alla fine si è innervosito anche lui, ha preso un piede di porco e abbiamo rotto la porta. L’ho lasciata spalancata fino alla parete, a disposizione del pazzo furioso, e sono uscito di corsa a cercare una serratura nuova, affrontando una tramontana in cui non avresti lasciato nemmeno un nemico. Si è dimostrato essere il mio giorno fortunato: ho trovato all’ultimo momento un negozio di metalli e prodotti chimici in chiusura. Ho comprato una serratura e mezzo chilo di chiodi (me ne serviva solo uno per la maniglia, ma come cavolo si fa a comprare un solo chiodo?!).
In due ore, con se Dio vuole, ho montato al contrario la nuova maniglia. La lascio così. Più o meno, rimane chiusa.
Nel frattempo, mi è passato il sonno. Solo dopo mezzanotte mi sono tuffato nello stagno dalle acque torbide, profonde.



Di nuovo, sui capelli lunghi

Mi sono cresciuti i capelli. Ho comprato un bracciale di pelle alla fiera dei vasai. Sono tornato al mio aspetto di uomo poco serio. Me ne sono reso contro quando un amabile cittadino ha tirato fuori la testa dal finestrino dell’auto e mi ha urlato dietro «Aaaho, capelloneeee!» (senza motivo, così, solo per il piacere della conversazione). Non mi sono innervosito come all’epoca.
Con il bracciale di pelle provoco confusione. Quasi ogni giorno, qualcuno mi ferma per strada per chiedermi che ore sono. All’inizio, guardavo il telefono e davo l’ora esatta. Ora guardo attentamente il bracciale e tiro fuori l’ora «esatta» dalla pancia. Spero che nessuno abbia mancato un qualche appuntamento importante o perso il treno, per colpa mia.
È bello avere i capelli lunghi, ma c’è ancora un problema. Mi si è avvicinato un mendicante e mi ha detto:
- Zia, mi dai un po’ di soldi?!
Proprio brutto. Ma tu guarda! Zia!! Poteva almeno chiamarmi «signora». 



Il tram chiesa

Domenica mattina, morti di sonno, aspettavamo alla fermata, io e Ralu. Quando si è avvicinato il tram, ha preso a suonarmi in testa una musica da liturgia. Le porte hanno sbuffato e siamo saliti. Il tram vuoto profumava d’incenso. Il tramviere ascoltava ad «Are you nuts?» la messa domenicale. Non potrei giurarci sull’incenso, ma almeno così mi è sembrato.
Ci siamo messi a sedere, assumendo un’aria devota, sentendo il bisogno di farci, automaticamente, il segno della croce. Mi metteva a disagio perfino andare a comprare il biglietto. Ad ogni modo, sapendo quanto poco ortodossi siano i controllori, mi sono fatto coraggio e mi sono diretto verso l’altarino improvvisato dal tramviere. Era circondato da decine di piccole croci, icone e rosari. Mi ha offerto, visibilmente disturbato, la benedizione per il viaggio in cambio di due lei. Alla discesa, abbiamo seguito a lungo la chiesa mobile, mentre si rimetteva in moto. Ho immaginato che dopo la prima curva si sarebbe sollevata verso il cielo, come in un film di Kusturica.
E sempre in tram, in giorno dopo, ancora una scena da film. Un fermo immagine, una fotografia: di fronte al monastero Golia, un gatto morto. Un cucciolo di cane randagio, vivo, sdraiato accanto a lui. Un metro più avanti, due preti a chiacchierare.



Io, i tedeschi e Dracula

Un giornale tedesco mi ha chiesto un articolo sulla Romania. Ho detto di sì, però ora quasi mi dispiace se penso che, volente o nolente, molti mi percepiranno come uno che parla in nome di una nazione.
Nel ’91, ero al liceo e abitavo vicino alla stazione di Iași. Era sera, tiravo calci a un pallone, in un parchetto dietro il palazzo, insieme a qualche amico. A un certo punto, sono apparsi tre ragazzi – più o meno della nostra età, con zaini in spalla e un’aria piuttosto disorientata, che si guardavo intorno spaventati – e ci hanno chiesto qualcosa in tedesco. Ci siamo fermati tutti come se qualcuno avesse appena visto in cielo una navicella extraterrestre, come se tre alieni fossero appena scesi a salutarci. Non so per gli altri, ma per me credo sia stato il primo incontro con degli «stranieri» autentici. Dopo qualche istante di stupore, siamo riusciti a comunicare con loro servendoci dell’inglese imparato a scuola. Gli «stranieri» avevano fatto un giro della Romania e avevano raggiunto l’est dell’Est. Ci hanno chiesto se conoscessimo un qualche hotel più economico, perché avevano quasi finito i soldi. Non ne conoscevamo. A furia di parlare, abbiamo fatto amicizia piuttosto rapidamente. Li abbiamo invitati a dormire, se non sono pretenziosi, nel nostro appartamento.
Ricordo con precisione che quella notte non abbiamo chiuso occhio – abbiamo chiacchierato con passione, tre a tre, con una curiosità quasi incontrollata, come se volessimo ottenere l’uno dall’altra tutti i segreti dei «pianeti» diversi da cui ciascuno proveniva. «I romeni sono così… I tedeschi sono così…», dicevamo.
Poi, messi da parte i luoghi comuni, abbiamo parlato naturalmente, come ragazzi dello stesso pianeta. I tedeschi ci hanno mostrato una guida turistica sulla Romania (che in copertina aveva un rom che suona un cimbalom) e ha divertito tutti quello che c’era scritto su Iași – uno dei pochi centri romeni che merita di essere visitato, anche se con estremi rischi, con imprevedibili autoctoni che ti svuotano le tasche all’istante. Motivo per cui, i nostri amici, quando noi abbiamo smesso di giocare a calcio, hanno creduto che li avremmo presi a botte. Ad ogni modo, abbiamo trovato un sacco di motivi per ridere di ciò che gli uni credevano degli altri, anche se il momento in cui so di esser morto dalle risate è stato quando uno dei ragazzi tedeschi ha tirato fuori dallo zaino una treccia d’aglio. Non immaginavo e nemmeno potevo credere alla spiegazione – il nostro amico aveva paura di un possibile incontro con Dracula…
Temo che anche ora, a così tanti anni dalla Rivoluzione, i cliché continuino a esistere e non possano essere evitati. Quanti romeni non vivono ancora nell’ossessione che bisogna aver cura di quello che dicono gli «stranieri» di noi? Quanti tedeschi credono ancora che Dracula abiti in Romania?



Racconto stordisci-bambini

- Raccontami una storia
- Su cosa la vorresti?
- Una per dormire bene.
- C’era una volta un cavallino indiano…
- E si chiamava Winnetou…
- Un po’ di pazienza. Ascolta. Non era un cavallino indiano di quelli apache ma indiano buddista.
- Cioè?
- Cioè, lui credeva di essere la reincarnazione di un cane e si comportava di conseguenza.
- Cioè?
- Abbaiava alla gente…
- Super!
- Si grattava dietro le orecchie e rincorreva i gatti… correva dietro ai gatti indiani.
- E i topi li mangiava?!
- No, perché era buddista, e i buddisti non fanno male a nessuna sul serio a nessuna creatura vivente, anche se certe volte gli piace spaventarle.
- Aha.
- E aveva un padrone o era solo? Non voglio cha sia solo.
- Come potrebbe mai stare da solo!? Aveva un padrone che lo amava molto, e si chiamava Limesh… Ma il cavallino aveva comunque un problema.
- Quale? Non poteva volare?!
- Eh, come volare? Queste sono fantasie. Noi parliamo di un vero cavallino buddista.
- Sì, ok, scusa! Ma il cavallino come si chiamava?
- Volodea – questo perché suo padre veniva dalla Russia… Ma aspetta che ti dica qual era il suo problema.
- Dimmelo!
- Beh, Limesh dava l’erba da mangiare a Volodea però Volodea non mangiava.
- Ma lui cosa voleva da mangiare?
- Cibo per cani, è ovvio. Anche se questo entrava in un certo modo in conflitto con la sua fede buddista… Di parlare, non poteva parlare, per spiegarlo al padrone. Ed ecco che Limesh un bel giorno ha scoperto Volodea con un osso in bocca e l’ha portato dallo psicologo.
- A Volodea?
- Sì. Ti sembra strano?
- Beh, hai detto che era buddista. Credo che bisognava portarlo dal buddista più importante.
- No, che Limesh era un uomo moderno. Lui non credeva nel buddismo, solo il cavallo.
- Ho capito.
- Però lo psicologo all’inizio non aveva molta voglia di occuparsi di Volodea.
- Perché? Lo mordeva?
- Non gli andavano bene quanto lo pagava Limesh, che era povero.
- Poverino!
- Aspetta però, che fino alla fine lo psicologo ha avuto compassione per lui e ha accettato di curarlo con sole 10 rupie per seduta.
- E quanto valgono 10 rupie?
- Un bel niente… E lo psicologo ha ipnotizzato Volodea e il cavallino ha iniziato a raccontargli il suo guaio.
- Ma avevi detto che Volodea non poteva parlare.
- Aaaah, ho dimenticato di dirti una cosa: di solito, un cavallo ipnotizzato può parlare.
- Aha.
- E allora, Volodea, in stare d’ipnosi, si è ricordato che davvero era stato cane nella vita precedente.
- Un cocker? Dimmi che era un cocker!
- Non credo. Ad ogni modo, non aveva ricordi così dettagliati. Solo di certe pecore del suo lontano passato. Quindi, possiamo immaginare che fosse un cane da pastore.
- Aha.
- E così, dopo alcune sedute sotto ipnosi, il cavallino buddista si è riappacificato con se stesso, e si è reso conto di non essere pazzo.
- Sì! Sì!
- Lo psicologo gli ha spiegato che, se è stato cane nella vita precedente, non è più il caso di comportarsi come se lo fosse anche adesso.
- E il cavallino che ha detto?
- Volodea ha capito e ha iniziato a mangiare l’erba. All’inizio, solo qualche filo al giorno e senza troppa voglia. Poi però ha iniziato a piacergli proprio.
- E Limesh che ha detto?
- Limesh scoppiava di felicità, perché sapeva dove prendere l’erba per Volodea.
- Che bello!
- Fino a quando non è venuta la siccità… Però questo te lo racconto domani sera…


A cura e traduzione di Clara Mitola
(n. 9, settembre 2015, anno V)