«Francesco, il Papa della rinascita e del discernimento». Parla l'ambasciatore Tătaru-Cazaban

«Papa Francesco propone una conversione spirituale, una riforma spirituale che deve preparare e sostenere qualsiasi altro cambiamento. L’accento messo su questa dimensione, donde derivano tutte le altre (la relazione col prossimo, con i poveri, con i malati, con i vecchi), esprime, secondo me, la necessità di una rinascita spirituale nel mondo contemporaneo, la necessità di una rinnovata ricettività alla parola e alla presenza di Dio».
A delineare in questi termini alcuni aspetti essenziali del profilo e dell'opera di Papa Francesco è
Bogdan Tătaru-Cazaban, dal 2010 ambasciatore straordinario e plenipotenziario della Romania presso la Santa Sede e ambasciatore della Romania presso il Sovrano Militare Ordine di Malta. Storico delle religioni e delle dottrine filosofiche, con un dottorato di ricerca all’Università di Bucarest in storia della filosofia, Bogdan Tătaru-Cazaban è membro dell’Istituto di Storia delle Religioni dell’Accademia Romena, con stages e progetti di ricerca in Romania e all’estero. Fra il 2008 e il 2010 ha tenuto corsi di storia della filosofia e della cultura cristiana presso la facoltà di Teologia Ortodossa dell’Università di Bucarest. È autore di molti studi e articoli di filosofia della religione, teologia e storia del cristianesimo pubblicati in Romania e in altri Paes, membro attivo di molte prestigiose associazioni professionali e membro fondatore dell’Associazione Romena di Storia delle Religioni, della Società Romena di Fenomenologia, della sezione romena della Società Internazionale «Toma de Aquino».
In precedenza ha svolto, parallelamente alla sua attività di ricerca, anche un’importante attività editoriale – in qualità di membro del comitato redazionale della rivista «Archaeus. Études d'histoire des religions» (1997-1999), del consiglio scientifico della rivista «Studii tomiste» (2001-2005) e della collana Biblioteca medievale della casa editrice Polirom, nonché come direttore letterario della casa editrice Anastasia e coeditore della rivista «Chora. Revue d’études anciennes et médiévales: philosophie, théologie, sciences». Inoltre è traduttore in romeno di testi filosofici e teologici.
Fra il 2006 e il 2010 ha svolto la funzione di consigliere di Stato alla cultura e ai culti e dal 2010 è ambasciatore straordinario e plenipotenziario della Romania presso la Santa Sede e ambasciatore della Romania presso il Sovrano Militare Ordine di Malta. Dal 2009, inoltre, è Cavaliere dell’Ordine «Servizio fedele» della Romania e Commendatore della Corona del Belgio. Nel 2013 è stato insignito dell’Ordine pontificio «Pio IX» in grado di Gran Croce e dell’Ordine «Pro Merito Melitensi» in grado di Gran Croce del Sovrano Militare Ordine di Malta.


Ambasciatore Tătaru-Cazaban, Papa Francesco è il primo di cinque figli di un ferroviere italiano emigrato in Argentina in cerca di una prosperità che però non è mai venuta. Vive i suoi primi venti anni come la gente della sua condizione: scuola, povertà, calcio, un diploma di tecnico chimico e, per guadagnare qualcosa in più, fa l’uomo di servizio in un fabbrica e il bodyguard in una discoteca. Poi, come per San Francesco e Sant’Ignazio, la svolta: verso Dio e verso la Chiesa. Analogamente ai due santi non casualmente ricordati, ritiene che la visione e il comportamento di Papa Francesco rechino una qualche impronta della sua precedente vita laica, come anche i suoi trascorsi nella Compagnia di Gesù?

Per la biografia di Papa Francesco consiglierei ai nostri lettori il libro-intervista Jorge Bergoglio - Papa Francesco. Il nuovo Papa si racconta, di Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti, apparso in Argentina nel 2010 e, subito dopo l’elezione del 13 marzo 2013, tradotto in molte lingue, fra cui anche l’italiano e il romeno. Sono pagine da cui risulta, con sensibilità e delicatezza, il contesto della formazione e della decisione di diventare prete, una decisione che si rispecchia anche nel motto dello stemma pontificio: Miserando atque eligendo, il legame fra la misericordia e la scelta, fra la coscienza della presenza di Dio nella nostra vita in quanto misericordia e la decisione di seguirlo. Per quanto possiamo capire dall'esterno – perché il nucleo di questa relazione rimane arcano – l’opzione per la Compagnia di Gesù, per la spiritualità ignaziana, e poi per il nome di Francesco è legata a questo incontro con Dio, che è un incontro con la verità. Oppure, secondo il titolo delle prime Omelie pronunciate in Santa Marta in Vaticano, La verità è un incontro. E l’impronta di un tale incontro è incancellabile.

Papa Francesco è stato da subito un «inizio», basta contare quante volte sui giornali è apparsa la parola «primo»: il primo Papa del continente americano, il primo della Compagnia di Gesù, il primo ad adottare il nome di Francesco, il primo che invoca la benedizione dei fedeli prima della sua benedizione apostolica, il primo che convive con un ex-Papa e, a guadare il suo comportamento, potremmo continuare a lungo. Ma si parla sempre più anche di una nuova direzione della Chiesa.

Io credo che la novità viene, per primo, dalla personalità del Papa, dal suo carisma e dal  modo in cui comunica ed è generalmente percepito. I messaggi del Papa propongono una conversione spirituale, una riforma spirituale che deve preparare e sostenere qualsiasi altro cambiamento. Una dominante nelle sue omelie è la condizione del cristiano: che significa essere cristiano? Come si comporta un cristiano? Per esempio, in una predica dice che «essere cristiano è una chiamata d’amore», in un’altra che «i cristiani devono liberarsi dalla ‘sindrome di Giona’» o che «il cristiano incoerente dà scandalo e lo scandalo uccide». Questi sono temi che hanno preoccupato la Chiesa sin dalle sue origini.
L’accento messo dal Papa su questa dimensione, donde derivano tutte le altre (la relazione col prossimo, con i poveri, con i malati, con i vecchi), esprime, secondo me, la necessità di una rinascita spirituale nel mondo contemporaneo, la necessità di una rinnovata ricettività alla parola e alla presenza di Dio. Ogni novità nella Chiesa è un ritorno alle origini. Ci sono sicuramente, soprattutto a livello pastorale, impulsi nuovi dati dal pontefice e che rispondono a esigenze e urgenze che tutti conosciamo. Si può pure parlare della novità dello stile pastorale dove convergono semplicità, naturalezza, immediatezza, discernimento – che non sono caratteristiche nuove, ma il modo in cui ce le offre il Papa le rende particolarmente efficaci.

L’impressione generale è che Papa Francesco proponga un ritorno al cristianesimo francescano, il cristianesimo dell’amore, della fratellanza, dell’aiuto al prossimo, dell’umiltà, del rispetto per la creazione di Dio, ma anche a un cristianesimo militante, che lotta e condanna in nome della giustizia sociale. Detto in termini laici, è questo un messaggio di «sinistra»? O è soltanto l’anima democratica che dovrebbe modellare dall’interno le procedure democratiche laiche? Più in generale, quello del Papa è anche un messaggio politico?

È vero che nel magistero del Papa ci sono molti temi sociali, ma uno sguardo attento sa fare la differenza fra temi e situazioni esistenziali a cui i cristiani devono rispondere autenticamente. L’insegnamento sociale della Chiesa, tanto alle origini quanto nei nostri giorni, non è né di sinistra né di destra. Ci sono pagine in San Basilio Magno che sbalordirebbero i sostenitori in buona fede della proprietà privata, così come certe omelie di San Giovanni Crisostomo sui poveri hanno la stessa forza penetrante del messaggio trasmesso dal Papa. È importante non cedere alla tentazione di qualificare l’azione della Chiesa con etichette politiche partigiane. Mi ricordo che in una delle sue interviste, il Papa stesso ha rifiutato simili etichette, dicendo che sono stati i marxisti a riprendere il tema della povertà dalla Chiesa e non viceversa. Ciò che è storicamente vero. La differenza avviene a livello spirituale. Per molti di noi i problemi sociali rimangono dei temi di dibattito, per i cristiani veri sono faccende vitali cui devono rispondere rispettando la dignità della persona umana.

Papa Francesco ha avviato e compiuto un numero impressionante di riforme strutturali – della Curia, del banco vaticano (IOR), del codice penale del Vaticano, la riforma economica della Santa Sede – oltre ad aver tracciato nuove direzioni al dibattito sulla protezione dell’ambiente, sulla natura e importanza della famiglia, sul terrorismo a motivazione religiosa ecc. È molto per soli due anni di pontificato. Ritiene che la forma di governo del Vaticano, centralizzata e monarchica, sia un fattore decisivo per la velocità di tali trasformazioni? Glielo chiedo tenendo conto del fatto che il sistema laico democratico e parlamentare – le meilleur des mondes possibles, come diceva Pangloss – ha, per via del suo meccanismo di funzionamento, un’innegabile lentezza e incertezza.

Si tratta del dinamismo delle decisioni che riguardano le priorità della riforma interna. Ma è importante sottolineare che il Papa ha desiderato sin da principio istituire la consultazione come procedura esplicita, trasparente, nominando un consiglio cardinalizio e creando commissioni. Gran parte delle direzioni della riforma sono risultate, come ben si sa, dalle riunioni del Conclave preparatorie dell’elezione del Papa. Non appena eletto, Papa Francesco le ha introdotte nella propria agenda quali esigenze della Chiesa. Comunque il dinamismo non deve essere scambiato per la rapidità di imporre decisioni. La riforma della Curia è un processo lungo che ha i propri tempi di maturazione. Un altro aspetto sono i temi in dibattito, l’agenda che il pontefice ha saputo delineare e per cui milita: combattere il traffico di persone umane e la corruzione, offrire ospitalità ai migranti, incoraggiare il dialogo interreligioso, gettare ponti di riconciliazione e di pace, che, malgrado i contesti estremamente difficili, non tardano ad avere effetti.

Sappiamo tutti che ci esistono differenze, a diversi livelli, fra la Chiesa ortodossa e quella cattolica. Sappiamo ugualmente che entrambe nutrono il desiderio di collaborare e l’aspirazione all’ecumenismo. Ritiene che il rinnovamento iniziato da Papa Francesco nella Chiesa cattolica possa avere effetti anche sulle relazioni con la Chiesa ortodossa romena?

Credo che in materia di dialogo ecumenico Papa Francesco abbia fatto già gesti significativi, tanto a livello simbolico quanto nei suoi messaggi. Sin dalla prima accoglienza in Vaticano della delegazione della Patriarchia Ecumenica, Sua Santità ha accentuato la necessità della dimensione della collegialità e sinodalità – un aspetto essenziale dell’ecclesiologia ortodossa che dovrà contribuire al dialogo sul primato petrino. La visita a Gerusalemme e alla sede della Patriarchia Ecumenica, la dichiarazione molto esplicita del desiderio di comunione con la Chiesa ortodossa danno un nuovo slancio delle relazioni fra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse. L’unità dei cristiani rappresenta oggi la sete di Gesù e «che la sete di Gesù diventi la nostra sete» ha detto Papa Francesco nella Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Io credo che in un simile contesto e soprattutto in prospettiva del Sinodo Panortodosso previsto per il 2016, possiamo sperare in un rinnovamento e approfondimento del dialogo, tanto necessario per una condivisa testimonianza in un mondo in cui i cristiani sono perseguitati, discriminati e vittime dell’odio a motivazione religiosa.

Un'ultima domanda. Lei è ambasciatore in uno Stato singolare, minuscolo ma molto influente, l’unico Stato teocratico, l’unico con monarchia assoluta elettiva, l’unico dove praticamente non esiste proprietà privata perché tutto appartiene alla Santa Sede, uno Stato enclave in un altro Stato con cui ha una relazione simbiotica ecc. Che differenza c'è fra il fare l’ambasciatore in un qualsiasi Stato laico e fare l’ambasciatore al Vaticano?

La prima cosa che dobbiamo dire ai nostri lettori è che la formula corretta è «ambasciatore presso la Santa Sede», non ambasciatore al Vaticano. Il soggetto di diritto internazionale è la Santa Sede – cioè il Papa e il governo centrale della Chiesa Cattolica – mentre il Vaticano è il territorio che esprime l’autonomia della Santa Sede. In questa prospettiva, l’attività dell’ambasciatore riguarda l’enorme impatto della Santa Sede in quanto attore globale e minimamente la dimensione della Città del Vaticano. Forse una delle esigenze di una buona missione diplomatica qui è di conoscere la cultura di questo mondo, la sua costruzione e soprattutto il suo linguaggio. Benché i temi che trattiamo siano in gran parte i temi comuni della diplomazia, non dobbiamo dimenticare che questa è una diplomazia ecclesiastica, che ha le sue priorità; una diplomazia di grande tradizione, che veglia sulla condizione di oltre un miliardo di fedeli di tutto il mondo; una diplomazia che deve fronteggiare contesti molto diversi e fare da principale mediatrice là dove altre diplomazie sono prive di strumenti adeguati. Oltre questo suo specifico, credo essenziale che un diplomatico presso la Santa Sede sia ricettivo al fenomeno religioso e in modo particolare all’evoluzione della Chiesa Cattolica di dopo il Concilio Vaticano II, evoluzione avvenuta tanto all’interno quanto nelle relazioni con le altre Chiese e religioni.



Intervista realizzata e tradotta da Smaranda Bratu Elian
(n. 6, giugno 2015, anno V)